Page 2 - Lettera a Clementina
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LETTERA A CLEMENTINA Mia cara nipote, per i tuoi ventun anni voglio farti un regalo originale, una confessione scritta a futura memoria. Voglio dirti che, pur adorandoti, ti ho rovinato il futuro limitando le possibilità di realizzazione dei tuoi progetti. Voglio rimediare almeno in parte raccontandoti alcune verità evidenti circa il dissesto dello stato italiano che però tutti tendono a tacere o, peggio, a coprire con le cortine fumogene di analisi e “studi” parziali o fuorvianti. Non si tratta di un dissesto soltanto economico che è parziale e sarebbe, per ora, probabilmente rimediabile, quanto di un intrico di leggi, normative, strutture burocratiche, competenze sovrapposte che generano quel Moloch di privilegi e ingiustizie che per brevità chiamiamo amministrazione pubblica italiana che, come una piovra, assorbe le risorse del paese e lo uccide. Perché, mi domanderai, gli italiani dovrebbero tacere sulle cause evidenti di questo pubblico disastro? Tacciono per non dover analizzare scelte, e anche colpe, collettive, politiche, maturate con il concorso di tutti o quasi. Tendono a rimuovere dicendo generalmente che “il problema è un altro”. Sento che non sarei un buon nonno se ti negassi la verità: che anch’io, con le mie scelte “politico/sindacali”, ho contribuito per la mia parte a generare quel debito pubblico che ormai sopravanza il prodotto interno lordo e quel deficit di bilancio dovuto per la gran parte al fatto che i politici italiani (col concorso dei sindacalisti di tutte le parti sociali, dalla rossa Cgil alla bianca Coldiretti, alla sussiegosa Confindustria, alla laica Uil ecc. ecc) hanno letteralmente “comperato” il consenso di una parte significativa dell’elettorato utilizzando le tasse di tutti gli italiani e facendo debiti quando le imposte non bastavano più. E hanno fatto di peggio: il consenso di numerosi gruppi e consorterie lo hanno acquisito con leggi che formalmente valgono “erga omnes”, ma in realtà sono fatte per agevolare questo o quel gruppo sociale, quando non addirittura singole aziende. In questo caso possiamo parlare di leggi “private” nel senso proprio di “privilegi”, privatae leges. Questo è il motivo principale per cui il titolo delle nostre leggi spesso non corrisponde al contenuto e negli ultimi anni si è presa l’abitudine di fare provvedimenti omnibus, chilometrici (riguardanti le più svariate materie) i cui commi contengono disposizioni che vanno a modificare, in parte, impianti legislativi consolidati, senza armonizzare la nuova norma con ciò che resta delle precedenti. Un caos, anche formale, in cui sguazzano i numerosi azzeccagarbugli che alla fine con tali norme avranno a che fare,. Tuo nonno non vuole, né sarebbe in grado di portarti per mano in questo labirinto: andrà di corsa, da giornalista, a prendere in esame, per sommi capi il sistema e, soprattutto, la sua genesi. Si soffermerà sul fatto che i soldi arrivati dalle tasse, dai vari proventi pubblici e dal debito pubblico, sono serviti e servono a mantenere milioni di pubblici dipendenti e assimilati (che godranno di pensioni e vitalizi relativi) e a distribuire “contributi” agli enti più disparati, a livello nazionale e locale, i quali complessivamente garantiscono un monte di servizi assolutamente sproporzionato al costo, se comparato a quello degli analoghi servizi in Europa. Un fardello che sta sulle tue spalle come su quelle dei tuoi coetanei e che fa sì che la tua generazione non potrà mai godere in Italia efficacemente dei frutti del suo lavoro perché in gran parte dovrà destinarli a mantenere la macchina che noi vecchi abbiamo messo in piedi e a pagare il debito pubblico pregresso. Sei stata semplicemente “indebitata” a tua insaputa. Poco importa che tale debito lo debba pagare tu personalmente o il tuo datore di lavoro, o qualcun’altro perché, indipendentemente da chi lo dovrà pagare, esso costituisce un costo insopportabile che si rifletterà sui prezzi dei beni o servizi che
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